Progetto legalità

Questa scheda presenta una riflessione sul sistema carcerario italiano e sul significato della pena secondo i principi della Costituzione. Attraverso testimonianze e incontri legati al tema della legalità e della giustizia, il testo approfondisce temi come la rieducazione, la giustizia riparativa e il reinserimento sociale dei detenuti, mettendo in luce anche le criticità delle carceri italiane e l’importanza di superare pregiudizi e stereotipi.

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Il carcere rappresenta un’istituzione necessaria in Italia, poiché consente allo Stato di tutelare la collettività e di reagire ai reati. Tuttavia, l’art. 27 della Costituzione stabilisce che le pene debbano rispettare il senso di umanità e tendere alla rieducazione del condannato. Un percorso di trattamento finalizzato al reinserimento sociale, fondato su lavoro, istruzione e mantenimento dei rapporti familiari. Documentandomi sullo stato delle carceri in Italia, ho appreso che sono presenti diverse criticità strutturali tra cui il sovraffollamento, la carenza di risorse e la difficoltà di attuare in modo efficace percorsi educativi individualizzati. In queste condizioni, il carcere si riduce solo a un luogo di custodia. Per queste ragioni ritengo che il sistema non sia pienamente giusto. Riconosco la necessità della pena in determinati casi, ma credo che il carcere debba essere utilizzato realmente come sistema educativo, perché si rischia di compromettere la sicurezza sociale. In questo contesto, la giustizia riparativa rappresenta un modello particolarmente significativo e coerente con i principi costituzionali: essa mira a responsabilizzare, a coinvolgere la vittima e a riparare il danno causato dal reato, favorendo la ricostruzione dei legami sociali. Prima dell’incontro con la redazione Ristretti Orizzonti del carcere Due Palazzi di Padova, abbiamo incontrato Lorenzo Sciacca, una persona che da detenuta è diventata mediatore penale. Anche questo incontro è stato molto significativo, perché ha mostrato concretamente come una persona possa cambiare e cercare di ricostruire la propria vita attraverso un percorso di consapevolezza e responsabilità. 

Durante l’incontro con la redazione, mi sono sentita particolarmente coinvolta nell’ascolto delle storie di tre detenuti che, pur essendo entrati in carcere per motivi differenti, si ritrovano ora a condividere la stessa realtà. Secondo me, queste iniziative sono molto importanti perché aiutano a sensibilizzare non solo gli studenti, ma chiunque ascolti le testimonianze, facendo comprendere che le persone detenute sono esseri umani con una storia, delle sofferenze e dei sentimenti. Mentre ascoltavo, ho annotato alcune frasi che mi hanno colpita particolarmente e che mi hanno fatto riflettere. Salvatore raccontava: “In una stanza piccolissima, pensavo al mio prossimo crimine una volta uscito”. Ibra invece sottolineava: “L’unica cosa che mi ricordo, prima del carcere, è lo sparo e il mio migliore amico a terra” e spiegava che oggi il suo obiettivo più grande è costruirsi una famiglia. Marino, ergastolano, diceva: “I miei familiari hanno sofferto più di me perché io sono protetto dal carcere mentre loro no” e aggiungeva che vorrebbe “assaporare il sapore dell’innocenza, anche se impossibile”. Un altro detenuto, infine, ha detto semplicemente che gli manca “fare il papà”: una frase breve ma molto intensa, che ho sentito profondamente. In generale, questo incontro non elimina completamente i pregiudizi, ma aiuta sicuramente a comprendere meglio, a riflettere sulle storie delle persone detenute e sul funzionamento del sistema di giustizia italiano.